Boris
Boris ha 17 anni. Quando è stato arrestato dalla polizia spagnola ne aveva 15. Aveva partecipato a una menifestazione antifascista.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di Tiziana Rossi, la madre di Boris. Vi preghiamo di far girare questo testo.
23 ottobre 2004: la “Falange” (facsimile della “Fiamma Tricolore” in Italia) indice una concentrazione chiaramente “xenofoba” nella calle Ferraz, davanti alla sede del PSOE. Gli slogan sono:
“NO ALL’IMMIGRAZIONE. DIFENDI I TUOI DIRITTI, DIFENDI LA TUA IDENTITÀ”.
Soprattutto attraverso Internet la "Ofensiva Antifascista 2004" indice una contro-manifestazione, in Plaza de España. Non si tratta di una vera manifestazione "illegale", poiché si arriva ad una specie di patto con il Prefetto, il quale permette la concentrazione senza corteo. Dopo essere rimasti in Plaza de España per un po’ di tempo, intorno alle 20,30 le diverse associazioni che costituiscono la "Ofensiva Antifascista" danno per conclusa la concentrazione. Non tutti sono d’accordo. Un gruppo decide di spostarsi verso la via dove sono i fascisti. La Polizia interviene per impedirlo, caricando. Gli arrestati sono 36: 24 minorenni. Tra di loro c’è Boris, che allora aveva 15 anni. Lo hanno preso insieme ad uno degli amici con cui era andato alla concentrazione. Un po’ ingenuamente, avevano deciso di passare di fianco ad un mezzo della celere, visto che non stavano facendo niente. Grosso errore: un celerino prese per il braccio il suo amico e gli domandò “Perché sudi”? Il ragazzo non rispose niente. Sudavano perché avevano corso per non essere picchiati. In sostanza: gli “antidisturbios” stavano facendo un giretto per fermare quelli che per il loro aspetto erano “sospettosi”. Boris allora aveva le treccine rasta e il suo amico è mulatto. Picchiati subito: non selvaggiamente... qualche calcio e qualche sberla dove non resta il segno. Insultati... Boris deriso per il nome (“sei finocchio, come il Boris della televisione?!). Portati al GRUME (Commissariato speciale, dove vengono portati i minorenni in stato di “fermo”) ammanettati. Obbligati a non guardare in faccia i poliziotti e a tenere la testa all’ingiù, per non potere poi riconoscerli. Tenuti in fila per ore, con la faccia contro la parete. Hanno potuto andare in bagno una volta, prima di entrare in cella. Rimasti tutta la notte isolati e poco a poco rilasciati il giorno dopo. La cosa peggiore: l’umiliazione di obbligarli ad abbassarsi gli slip.
Le accuse: danneggiamento, attentato, disordine pubblico, lesioni.
Boris è chiamato a prestare dichiarazione dopo qualche mese. Dopo qualche mese pure un gruppo di “psicologi esperti” lo “valuta”. Propongono (in caso di condanna) cento ore di lavoro per la Regione od otto fine settimana di arresto domiciliare.
Lunedì 9 gennaio 2006 tutti e 24 devono presentarsi in tribunale per il processo. Prima che questo abbia inizio, gli avvocati vengono chiamati da parte e si propone loro un patto: riduzione delle imputazioni e quindi della pena. Meno per un paio di ragazzi, per il resto si mantiene solo l’accusa di disordine pubblico. Pena: quattro fine settimana di arresto domiciliare. Accettano quasi tutti.
Il 5 luglio è la nuova data fissata per lo svolgimento del processo. Di nuovo, la proposta di patteggiare. Uno accetta e sei rifiutano, tra cui Boris. La logica gli suggerisce che è abbastanza stupido riconoscersi colpevole essendo innocente. La logica dovrebbe suggerire al giudice che è abbastanza stupido “rischiare” essendo colpevole.
L’attestato della polizia è pieno di contraddizioni... praticamente non esistono prove. La testimonianza dei poliziotti, piena di contraddizioni e nient’altro.
Il giudice, rimasto in silenzio fino ad allora, prende la parola e tradisce le sue intenzioni. Li condannerà, lo dice più o meno apertamente... anzi, è abbastanza seccato che non abbiano accettato come gli altri. L’avvocato, fino a quel momento abbastanza convinto che si trattasse di un giudice “imparziale” e che esistevano elementi fondati per cui pensare ad una archiviazione del caso, compie un giro di 360º. Telefona il giorno dopo a casa, consigliando di proporre noi il patto e poi aggiunge, “... inoltre, io ho molto lavoro”.
Nella dichiarazione fatta al Pubblico Ministero, Boris ha denunciato la maniera in cui è stato trattato. Per legge, essendo minorenne, il Pubblico Ministero avrebbe dovuto aprire le indagini. Niente.
Boris non rappresenta un caso isolato. Secondo il “Centro de Documentación contra la Tortura” sono state 600 le denunce di tortura e maltrattamento fatte contro gli agenti della polizia e i funzionari delle prigioni nel corso del 2005. Nello stesso anno sono stati 793 i funzionari accusati di tortura, lesioni, maltrattamento, reati contro l’integrità delle persone, trattamento o pene crudeli, inumane e degradanti.
Boris non è morto: ma quanti sono morti? Sempre secondo l’Associazione sopra menzionata 36 persone sono morte mentre erano sotto custodia. Stiamo parlando solo dei casi conosciuti. È ora di farla finita!








